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Le tesi del viestano Natale Maria Cimaglia sull’agricoltura del Tavoliere a fine Settecento

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Il primo figlio dell’avvocato fiscale della Regia Dogana Orazio Cimaglia, Natale Maria, era nato a Vieste nel 1735 e, pur trasferitosi in tenera età con la famiglia a Foggia, sarà l’unico a rimanere sempre in contatto con la terra natale
Nella pubblicazione “I Cimaglia del 700” Natale Maria Cimaglia risorge a nuova e più splendente luce, tratteggiato magnificamente da Carlo Oliva nella “Biografia degli uomini illustri del Regno di Napoli” che, edita nel 1814, attesta da subito la grande personalità e la somma rilevanza dell’uomo che, accusato ingiustamente, dovette rinunciare al Ministero di Grazia e Giustizia che il re Ferdinando IV di Borbone aveva in mente e nel cuore di serbargli.
Il letterato di San Marco in Lamis, Pasquale Soccio, non ha alcun dubbio sul valore dell’attività storico-politica di Natale Maria Cimaglia, mettendone in evidenza la cultura illuministica e ritenendolo ideale discepolo di Pietro Giannone quanto a mentalità anticurialistica:
“Chi nel pieno meriggio illuministico nell’ampio solco, giuridico e regalistico, maggiormente rifulse fu appunto questo Cimaglia col suo intenso lavoro professionale tra Napoli e la Capitanata, e con studi specifici, storici e legalistici” .
Sensibile alle tematiche sociali, attento alle condizioni di vita estreme e precarie di contadini e braccianti in una società ostinatamente feudale, “egli freme e si loda che questi servi della gleba, affrancati da ogni assillo di fisco feudale, possono lavorare in proprio senza la condanna di un asservimento totale alla terra fino alla morte” .
Lo storico Raffaele Colapietra menziona un’altra opera del 1790, intitolata “Della natura e sorte della cultura delle biade in Capitanata”, dedicata all’economista salentino Giuseppe Palmieri, scritta da Natale Maria Cimaglia, il cui genio è stato recentemente ricordato dall’insigne storico garganico, Tommaso Nardella, nel saggio dal titolo esplicativo: “Natale Maria Cimaglia: un illuminista garganico tardo settecentesco .
Il segnalato testo del Cimaglia illustra le gravissime limitazioni dell’agricoltura dauna, ponendo nella giusta rilevanza la mancanza di manodopera quale fattore decisivo del mancato sviluppo agricolo, seppur in un contesto fortemente condizionato da una pastorizia predominante e privilegiata dal sistema fiscale della Regia Dogana con sede a Foggia .
Lo stesso Saverio Russo, docente di storia all’Università di Foggia, rileva, nel testo del più affermato dei Cimaglia, «un’analisi ampia e circostanziata dei difetti del sistema cerealicolo della provincia del Tavoliere» che chiarisce e definisce «il segno dell’acquisita legittimazione della cerealicoltura» in sostituzione della solita, scontata e storica polemica contro la pastorizia .
Il viestano Natale Maria Cimaglia non rinuncia al rilievo polemico sulla legge doganale voluta da re Alfonso d’Aragona, la quale «non potè mai de’ pugliesi farne un popolo di pastori, perché manca al pugliese la dura fibra di reggere a quella vita scitica» .
Natale Maria Cimaglia, osservatore privilegiato del territorio nella sua qualità di Avvocato dei locati poveri presso la Dogana, descrive le difficoltà che si incontrano nel mese di ottobre ad arare i campi, a causa della ricerca spasmodica e generica di improvvisati braccianti e operai, provenienti da qualsiasi area geografica e da qualsivoglia mestiere :
«La povertà delle braccia è tale e tanta che, approssimandosi l’ottobre, ciascun massaro spedisce sopra le pubbliche strade i suoi capi d’ufficio per condurre all’aratro qualunque povero uomo s’incontri vagando per chiedere da vivere, sia egli di suo mestiere ciabattino, ferraio, falegname, carpentiere o altrimenti […] Gli operai pugliesi sono ordinariamente languidi, pigri, tardi, presuntuosi, ciarlieri, testardi, ladri. I forestieri avrebbero miglior carattere se non divenissero gl’imitatori de’ pugliesi testoché veggonsi con essi accumulati. Questo intanto è il popolo che assicura la sossistenza a gran parte della nazione» .
Emerge anche qui, chiaramente, il quadro desolante di un’agricoltura dauna sottomessa alla pastorizia, consegnata nelle mani di operai e braccianti disorganizzati, impreparati, inesperti, i quali, per di più, non essendo affatto i proprietari e i possessori delle terre, sono poco o nulla interessati ai risultati colturali, totalmente presi e angustiati dalle loro misere e precarie condizioni sociali ed economiche. E quel che ancor più aggrava lo stato dell’agricoltura viene desunto dalla disarmante descrizione del caratteristico e del tutto peculiare proprietario o possessore latifondista dauno:
«I campi pugliesi non sono mai diretti e governati dall’uomo, al quale unicamente interessano. Questi […] hanno appena qualche equivoca idea dell’arte dell’agricoltura, appresa da’ loro stessi ignorantissimi villani, i quali guidano a tentoni i loro padroni, senzachè l’evento interessi mai il maestro. La povera gente che colla propria persona coltiva i piccoli campi costantemente professa diversi mestieri, tutti lontani dall’agricoltura ed i quali, come più interessanti, la tengono per la maggior parte lontana dalle campagne» .
Qualche anno più tardi Michelangelo Manicone, frate nato a Vico del Gargano, naturalista e scienziato, dalla «lungimiranza destinata purtroppo a essere sconfitta dalla insipienza di contemporanei e posteri» , segue con ansia partecipe le vicende legate al sistema fiscale della Dogana di Foggia. E, a dimostrazione della rilevanza di Natale Maria Cimaglia e della comunione di vedute tra i due garganici, – non a caso definiti da Tommaso Nardella «illuministi tardo settecenteschi» – , nel testo La Fisica Daunica, manoscritto dal frate tra il 1803 e il 1809, pubblicato a cura di Loredana Lunetta e Isabella Damiani solo nel 2005, troviamo le stesse considerazioni, con semplici e isolate diversificazioni ortografiche e sintattiche, sulla «mancanza di braccia» e sull’ «ignoranza di cognizioni agrarie» di «padroni» e «villani» nel Tavoliere.

Michele Eugenio Di Carlo

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