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VIESTE – Nemmeno il brigantaggio fermò la festa di Santa Maria di Merino

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Il 9 maggio del 1861, nonostante la guerra civile in atto definita impropriamente “brigantaggio”, la Festa di Santa Maria si svolse quasi regolarmente.
Le repressioni delle rivolte contadine, a seguito della conquista militare del Regno delle Due Sicilie fortemente voluta e sostenuta dalla Gran Bretagna a tutela dei propri interessi nel Mediterraneo, che erano in atto nell’autunno del 1860 e nei primi mesi dell’inverno successivo, avevano prodotto bande di patrioti che, nell’estate del 1861, erano cresciute sia quantitativamente sia qualitativamente sotto l’impulso e lo stimolo costante del clero e del partito borbonico. L’attacco continuo delle bande ai paesi generava reazioni violente da parte delle masse contadine che, non avendo ottenuto il promesso miglioramento delle misere condizioni di vita, aggredivano e uccidevano sindaci, militi e ufficiali della Guardia Nazionale, liberali possidenti, usurpatori di terreni demaniali; liberavano carcerati che spesso erano detenuti politici; distruggevano archivi; saccheggiavano beni di notabili e “galantuomini”. Si trattava di vere e proprie rivolte che spesso evolvevano nella proclamazione di governi borbonici provvisori, in attesa dell’auspicato, e ormai sospirato, ritorno al governo del re Francesco II.
In genere, l’arrivo delle forze militari ripristinava l’ordine preesistente con arresti di massa ed esecuzioni sommarie; la resistenza armata dei rivoltosi non di rado comportava ritorsioni con paesi saccheggiati e bruciati da parte delle truppe regolari.
Il mese della Madonna, nel 1861, si presentava denso di preoccupazioni per i “galantuomini” usurpatori di terreni demaniali. Infatti, il 1° maggio, lungo la strada che univa Vieste a Manfredonia, era stato derubato Giovanni Antonio Corso.
Nei boschi di Vieste si aggiravano soldati borbonici sbandati dopo la sconfitta di Gaeta e giovani renitenti alla leva che mai avrebbero combattuto contro i loro fratelli. Il 3 maggio Michele Basciani, di ritorno dalle proprietà agricole di Mariantonia Medina che amministrava, riferiva di aver di aver incontrato 19 soldati sbandati in località Valle Vittoria che gli avevano chiesto informazioni su alcuni notabili del paese, tra cui il Sindaco.
Alla vigilia della Festa, il giorno di San Michele Arcangelo, si temeva fortemente che i briganti assaltassero la città. Il sindaco Carlantonio Nobile era davanti ad una decisione storica: far svolgere o meno la Festa di Santa Maria la cui memoria si perdeva nella notte dei tempi.
Come scrive Eleonora Mafrolla in “Memorie” di Alfonso Perrone, nonostante il pericolo incombente, in un primo momento si decise di far svolgere la processione all’interno del recinto delle mura cittadine, ma poi si optò dietro pressione popolare per portare la statua lungo il millenario percorso che da Vieste conduce a Santa Maria, avendo come unica accortezza quella di non rivestire la statua della Madonna di oro e argento.
Durante le funzioni religiose a Santa Maria (7 km a nord di Vieste), una decina di soldati e renitenti alla leva di Vieste entrarono nel paese limitandosi a disarmare Gabriele Mariella, membro della Guardia Nazionale, la quale, a difesa dell’aristocrazia cittadina, si riunì in armi sulla collina dei Cappuccini pronta a difendersi da un attacco dei briganti. Un attacco che i briganti rinviarono al tragico 27 luglio 1861, quando furono sostenuti da gran parte della popolazione contadina.
La considerazione finale è d’obbligo: nemmeno una guerra civile ed eventi tragici sono riusciti ad impedire la Festa della madonna protettrice di Vieste e il pellegrinaggio a Santa Maria.
Oggi, invece, 9 maggio 2020, a seguito dell’epidemia, non vi è né festa né pellegrinaggio.
Solo i viestani possono capire il dolore che portano nell’anima, soprattutto quelli che una volta all’anno tornavano a Vieste da ogni parte del mondo.
Michele Eugenio Di Carlo

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